2014-10-02

Pubblico con piacere questa osservazione di Enrico Lavagnino, colta, ironica, disincantata e anche sofferta, sul PIT della Regione Toscana.
E' un testo lungo ma ne consiglio vivamente la lettura.

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Spett. REGIONE TOSCANA
ASSESSORATO URBANISTICA,
PIANIFICAZIONE DEL TERRITORIO E PAESAGGIO

Cortona, 27 settembre 2014

Io sottoscritto Enrico Lavagnino, residente in Cortona (Ar), vista la Deliberazione del Consiglio Regionale del 02/07/2014 N° 58 che adotta l’Integrazione del piano di indirizzo territoriale (PIT) con valenza di Piano Paesaggistico,
tenuto conto di quanto prevede la normativa regionale al comma 2 dell’Art.17 della Legge 01/05
propone che vengano prese in considerazione le osservazioni allo strumento urbanistico adottato così come di seguito riportate.

Osservazione all’integrazione del piano di indirizzo territoriale (PIT)
con valenza di Piano Paesaggistico adottato con delibera CR n° 58/2014

Fare un’osservazione vuol dire, guardare, leggere e giudicare una proposta, un fatto, una cosa e nel caso del Piano Paesaggistico della Regione Toscana (“Integrazione del PIT con valenza di Piano Paesaggistico”) significa comprendere i contenuti che si è prefissato, gli obiettivi, le azioni che si intendono mettere in atto per raggiungere gli obiettivi, per poi suggerire eventuali modifiche o aggiustamenti, valutando, a parte, quali potranno essere in seguito le reali possibilità di riuscita e di successo.

E’ giusto dire, prima di tutto, che niente come la crisi economica e sociale che stiamo vivendo è in grado di mettere in luce il senso reale delle cose, è in grado di farci valutare il superfluo, le cose che non servono e quindi, nella fattispecie, come sia agevolato il giudizio di quanto siano sterili e illusorie le proposte fatte col piano citato, prodotto dalla cultura burocratica e ideologica dei politici e dei tecnici del governo fiorentino, che più di altri hanno abusato, senza frutti, del loro potere legislativo.
Dico questo, a scanso di equivoci, da persona di sinistra che ha sempre votato a sinistra e quindi senza particolare avversione per questo tipo di amministrazione.

Molti sono i giudizi che si rincorrono sui contenuti del Piano Paesaggistico (fonte internet) che, semplificando molto, possono essere sintetizzati dalle seguenti affermazioni: norme vincolistiche che ingessano tutto; norme «sbagliate» e «anacronistiche», dense di inutili complicazioni (il piano contiene più di tremila pagine di testo); contenuti in buona parte indecifrabili (mi dicono che per capire un po’ meglio esistono solo corsi a pagamento); piano non migliorabile; decisioni in antitesi alle proposte governative che vorrebbero togliere le competenze di pianificazione alla regione; proposte prive di spunti per lo sviluppo, ma al contrario prolifiche di nuovi e antistorici vincoli che porteranno altra burocrazia piena di complicazioni e di lungaggini, incrementate da un lessico burocratico privo di concretezza. Strumento che è contro il sistema agricolo delle colture specializzate, quali il vino, l’ortofrutta, il floro-vivaismo, oppure contro al sistema estrattivo, per non parlare del comparto edilizio ancora una volta travolto da una pletora di norme che non faranno che peggiorare, se possibile, la già deprecabile qualità edilizia di recente produzione sul territorio toscano e certamente l’elenco è parziale e non esaustivo.

In realtà, per mia opinione, leggendo, per quanto possibile, quello che è stato scritto, il suddetto
piano, senza voler offendere nessuno, non è nulla, è una sorta di esercitazione scolastica, fatta con i
soldi pubblici, come sempre lontana dalla realtà dei fatti, da qualsiasi esperienza concreta, incurante
del come stanno realmente le cose.
Al massimo è vero che il nuovo apparato normativo produrrà ancora una volta ostacoli burocratici, pieni di contorti ragionamenti procedurali, che allungheranno i tempi e i costi delle già misere iniziative dei cittadini e delle imprese della regione, ma sono certo che non sarà capace di raggiungere nessuno dei molteplici obiettivi che molto enfaticamente si è prefissato.

Burocrazia e Legislazione

Non è bastata la triste esperienza delle innumerevoli versioni della legge urbanistica regionale che sono cambiate con l’avvicendarsi degli assessori del “ramo” e che, per un po’ di pubblicità personale, non hanno esitato a scombussolare il già scombussolato apparato burocratico pubblico che le doveva gestire e che ogni volta ha impiegato anni per capire il senso delle nuove proposte,
oppure ha costretto l’apparato tecnico privato a inventare una sorta di “ingegneria procedurale”
artificiosa e inconcludente capace solo di portare lavoro nelle aule dei tribunali, senza parlare dei
risultati pratici, quelli da vedere sul “campo”, nelle realtà costruite, il cui valore qualitativo è
perlomeno discutibile, meritevole di una serena verifica tesa a giudicare con freddezza il valore e
l’efficacia delle disposizioni contenute nella legge.

E tutto questo come se, ogni cinque anni, cambiasse il modo di vedere e di costruire la città, il comportamento dei tessuti edilizi, il modo di costruire gli edifici, che purtroppo resta, al massimo peggiorando, sempre lo stesso e che si può efficacemente descrivere col significato di una sola parola: “periferia”, sia culturale che reale, della quale periferia tutti quanti siamo artefici e responsabili e ben rappresenta, al di la degli inutili orgogli storicistici, lo stato attuale della nostra civiltà, lo stato attuale dei nostri territori e ovviamente lo stato attuale della cultura urbanistica che produce questo tipo di norme e di piani.

Forse non è ancora sufficientemente chiaro che dall’enorme apparato normativo, che si occupa solo di procedure e tralascia i veri significati dell’urbanistica che dovrebbero condensarsi in poche ma vere categorie operative, non nasce niente e la periferia che ne scaturisce è purtroppo uguale per tutte le città italiane, sia molto normate che poco normate, inguardabili e inaccettabili sia sul piano pratico che sul piano culturale in netta antitesi con le città storiche italiane, di indubbia qualità, ma sostanzialmente costruite senza apparati burocratici e senza progetti.

Forse non è ancora abbastanza chiaro che “lo stormo di cervelli” che ruota intorno alle trasformazione edilizie (legislatori, propositori, controllori) non è in grado di garantire nessuna qualità, ma solo complicazioni, confusione, disordine, caos e questo perché è orientato su falsi obiettivi, inventati da politici poco avvezzi con la realtà e consolidati da burocrati lontani dai veri contenuti culturali che l’argomento meriterebbe, tralasciando ogni rapporto concreto con il costruito reale (ciò che viene realmente costruito) che è il vero e unico obiettivo del quale l’urbanistica si dovrebbe occupare.

Quindi questo piano è ancora una volta un’inutile complessità che serve solo per far sopravvivere quel “drago” che che si alimenta di carta, di progetti, relazioni, domande da depositare su scaffali polverosi, burocrazia che in generale costa molto di più delle opere che si vanno a realizzare, magari costruite da sparuti operai extracomunitari ultimi rimasugli di una vera classe di proletari e solo perché non sanno maneggiare quelle carte che servono solo per tenere occupati sedicenti acculturati, diplomati o laureati - è lo stesso - sostanzialmente inconsci, anche per colpa della scuola, del vero significato delle cose di cui si stanno occupando.

Cioè una sorta di “battaglia” fatta a parole, sul significato delle parole che i legislatori scrivono e purtroppo restano sollevati dalla responsabilità di averle scritte (accidenti a Bassanini e alla sua riforma), che l’apparato sistematicamente cambia per alimentare questa battaglia di “bla bla bla” sempre lontana dai veri contenuti dell’edificato.

E così si passa, lasciando sempre “il tempo che si trova”, dal PRG, al RU, al PO (è in arrivo), oppure dalla CE al PdC, dalla DIA, alla SCIA, per non citare altri e più astrusi acronimi capaci di stendere i burocratici più ostinati, e mai fatta sui dati concreti, sull’efficacia reale delle previsioni, attività che potrebbe portare, attraverso il risparmio sulle carte, magari dirottabile sugli oggetti da costruire, una miglioria della qualità del prodotto, e, certamente, una miglioria alla vita dei cittadini coinvolti in questo delirante “effluvio” normativo.

La città è fatta di tessuti edilizi, polarità, confini, è fatta di strade e sulle strade ci stanno gli edifici, e gli edifici nelle buone città sono allineati ai margini delle strade, le strade sono dritte fino a quando non c’è un valido motivo per farle curvare, sono fatte di edifici speciali e di base i quali rispettano leggi formative storico tipologiche e “linguistiche” e con queste regole e poche altre, in passato, hanno costruito le nostre città e i nostri paesi migliori.

Al contrario le tarantolate leggi urbanistiche regionali e di conseguenza comunali stabiliscono come si fanno e si approvano i progetti, quanti documenti debbono essere allegati (un delirio), chi è o chi non è competente per farli e approvarli, che iter burocratico debbono seguire, se è o non è un PdC o una SCIA, tralasciando qualsiasi valore reale da tutelare, (ci sarebbe da ragionare molto sul perché in Toscana si fa in SCIA un intervento su un palazzo di un qualsiasi centro storico e in PdC la costruzione di una casetta di periferia), lasciando il costrutto al libero arbitrio, all’incultura urbanistica dei tecnici, che per poter sfoderare colpi di genio, sono disponibili a massacrare qualsiasi realtà storica o minimamente consolidata, che consente ai controllori pubblici, attraverso gli asseveramenti dei privati, di disimpegnarsi e dispensarsi da qualsiasi responsabilità su quello che veramente succede nella costruzione della città reale, comportamento che tra l’altro raddoppia il costo della burocrazia che gli inconsapevoli contribuenti devono pagare. (Vedi ancora Bassanini).

Prima o poi bisognerà prendere atto che nella burocrazia italiana non c’è democrazia, non c’è uguaglianza, non c’è economia, non c’è ordine, non c’è cultura, ma solo potere da gestire per fini non sempre limpidi (la tangente è multiforme) e gli inermi cittadini di fronte a essa, non la contrastano, ma si adeguano perché la temono, spaventati dalle conseguenze che lo stesso apparato burocratico potrebbero mettere in atto.

Un potere ambiguo, che tutti vogliono, ma poi nella gestione pratica nessuno vuole decidere perché decidere è pericoloso (sul piano elettorale, sul piano personale), e da li nasce quella politica del “ma anche”, del possibilismo infinito, che infarcisce la cultura ideologica prima accennata e che sta alla base delle scelte del Piano Paesaggistico e che porta al tipico comportamento “vorrei scavare le puane per far contenti i cavatori, ma anche smettere di scavare per far contenti gli ambientalisti” e intanto il marmo bianco di Carrara va in Cina, attraverso traffici non del tutto leciti, tagliando fuori da queste attività il comparto produttivo nazionale.

Ecco questo è quello che credo sia il nuovo Piano Paesaggistico, uno strumento che sfodera intenzioni ideologiche, parole d’ordine, messaggi in codice, apparati, luoghi comuni, pie illusioni fondate su una generica quanto romantica cultura da “Viaggio in Italia”, che ci inorgoglisce, ma non ci fa capire quanto siamo oggi portatori di “cultura di periferia”, senza un vero metodo scientifico consolidato, dotati di apparati di comprensione della realtà inadeguati che portano a fare proposte ambigue e inconcludenti senza nessuna possibilità di diventare, nel futuro, una nuova qualità.

Un piano dove non si capisce chi dovrebbe far le cose, la maggioranza sarebbero a carico del “pubblico” e qui mi vien da ridere, oppure a carico del “privato” che dovrebbe immolarsi, per far contenti i politici, gli assessori, gli enti pubblici, in operazioni irragionevoli, antistoriche, privi di qualsiasi ragione economica.
Un piano che dovrebbe far cambiare rotta agli orientamenti attuali ritenuti di tipo speculativo, ma la realtà di un territorio non può essere altrimenti, e passare attraverso gli interventi previsti dal piano dagli attuali elementi di criticità a nuovi elementi di qualità.

Ma la domanda è d’obbligo, gli amministratori regionali quando si sono accorti di quella mole di criticità, leggesi periferia, che da più di mezzo secolo ha riempito e deturpato il paesaggio toscano, che cosa hanno fatto per contenerla, per migliorarla sul piano qualitativo, è stato fatto un resoconto sui risultati concreti prodotti con la legge urbanistica e chi può garantire che questo nuovo strumento costruito con lo stesso apparato critico e metodologico potrà debellare tale scempio?

Da quanto tempo siamo consapevoli che le lottizzazioni industriali così come le lottizzazioni edilizie, sono paesaggisticamente inopportune per il “Marchio” Toscana e quindi vanno contenute.

Ma poi come si intende raccogliere le risorse (imposte) che provengono da tali attività, come si tiene attivo il mercato del lavoro se chiude una azienda al giorno, chi sostiene l’edilizia vista come attività produttiva, chi mette i soldi per l’auspicata riconversione, e come sarà fatta la
riconversione? forse, pensato ma non detto, è in programma un ticket, “un vedutometro”, da far pagare a chi vuol godere le vedute del paesaggio toscano?

E’ vero, il paesaggio in toscana conta, è riconosciuto di qualità, va mantenuto e curato e in onestà forse poteva andare peggio, ma se la regione Toscana può legittimamente dire di avere parte del suo territorio ancora conservato e di buona qualità probabilmente non dipende dalle politiche regionali o dai suoi strumenti urbanistici, ma bensì dal carattere fortemente conservativo dei toscani che attraverso i loro sapienti atti hanno saputo, in barba alla burocrazia e all’ideologia, mantenere le loro bellezze.

Gli obiettivi del piano

Il Piano Paesaggistico ovviamente si è posto degli obiettivi e poi si è dato degli strumenti per raggiungerli.

Tra gli obiettivi principali (meta obiettivi) mette, in sintesi, la migliore conoscenza delle peculiarità identitarie e il ruolo che i paesaggi possono avere nelle politiche di sviluppo, una politica integrata sui temi del paesaggio, un rafforzamento del rapporto tra paesaggio e partecipazione.

Mentre più articolati sono gli obiettivi strategici e in particolare, sempre semplificando, si legge tra questi: la valorizzazione del patrimonio paesaggistico evitando il rischio di banalizzazione e omologazione della complessità dei paesaggi toscani in pochi stereotipi; il trattamento sinergico dei diversi elementi del paesaggio, (componenti idrogeomorfologiche, ecologiche, insediative, rurali); la coerenza tra la geomorfologia e localizzazione, giacitura, forma e dimensione degli insediamenti; l’importanza paesaggistica delle grandi pianure alluvionali che sono i luoghi della massima concentrazione delle urbanizzazioni; il riconoscimento degli apporti dei diversi paesaggi della Toscana; il tema della misura e delle proporzioni degli insediamenti e la riqualificazione delle urbanizzazioni contemporanee; assicurare coevoluzioni virtuose fra paesaggi rurali e attività agrosilvo-pastorali; garantire il carattere di bene comune del paesaggio toscano e la sua fruizione collettiva; arricchire lo sguardo sul paesaggio attraverso la conoscenza e la tutela dei luoghi del Grand Tour; assicurare che le diverse scelte di trasformazioni del territorio e del paesaggio abbiano come supporto conoscenze, rappresentazioni e regole adeguate.

Questo è quanto, sono parole senza significato, slogan, impossibili da tradurre in qualche cosa di concreto, di pratico, da spiegare a una persona comune. Come si fa ad assicurare una coevoluzione virtuosa fra paesaggi rurali e attività agro-silvo-pastorali, o garantire il carattere di bene comune del paesaggio toscano? c’è uno che fa una richiesta e un altro che risponde?, oppure siamo solo al paradosso del “rendere difficile il facile attraverso l’inutile per il raggiungimento del nulla”?

E anche a voler essere collaborativi come si può pensare in concreto e quindi dimostrare che è il richiamo al patrimonio paesaggistico può essere un fattore di crescita economica e sociale, oppure
come si può essere veramente certi che si possono superare gli attuali modelli culturali basati sulla crescita e sul consumo senza fare una vera rivoluzione e non solo culturale, come possiamo essere certi che sarà il paesaggio a tirarci fuori dalla crisi. Chi vivrà vedrà.

Il metodo dell’invariante

Sulla base degli obiettivi precedenti il piano si è dato una forma metodologica e tecnica per
raggiungerl.

Il nuovo strumento urbanistico si appoggia per intero sull’instabile concetto di invariante.
Invariante, da vocabolario, significa “che non varia, che rimane invariato” e in linguistica che è “ogni elemento che rimane costante in opposizione alle varianti”.

Quindi in primis si dovrebbe pensare che è uno strumento finalizzato al mantenimento delle cose come sono, come stanno, contrario e oppositivo ad ogni sorta di cambiamento. Ma questo per i politici è troppo poco, non è sostenibile, perderebbero voti, quindi sono stati costretti, per ragioni strumentali ed elettorali, ad associare al concetto di non cambiamento il concetto di trasformazione, da proiettare comunque, attraverso i soliti astrusi procedimenti, verso una sostanziale immobilità.

Questo incipit, che oscilla tra il cambiare ma anche il non cambiare, è la prima ambiguità che caratterizza per intero il nuovo piano e che manifesta quel comportamento ideologico che è tipico di chi è nato per mediare, forma mentis sempre meno adatta per gestire con chiarezza fenomeni complessi come il territorio di una regione o peggio di una nazione.

Infatti nella relazione generale si può leggere che “le invarianti strutturali” sono il riferimento centrale del piano da trattare non come modelli da vincolare e museificare, ma come regola che sta alla base della trasformazione il che vorrebbe dire con altre parole che “la non modifica” è alla base della “modifica” e quindi, in pratica, chi ci capisce è bravo.

Altrettanto ambigua è la scelta che deriva della scissione metodologica tra il concetto di territorio (parte strutturale) e quello di paesaggio (parte percettiva) se pur riunita in un unico strumento operativo che è il PIT.

Scissione che, per chi è amante degli aspetti concreti della vita, non è mai esistita nella realtà delle cose, perché chi faceva bene il suo lavoro, non lo ha mai fatto per pure ragioni estetiche, ma lo faceva e basta, possedendo per farlo idee chiare e strumenti appropriati adatti a soddisfare materialmente i suoi bisogni, infischiandosene del risultato formale che è diventato importante solo successivamente e solo per la classe privilegiata degli intellettuali (infatti il viaggio in Italia lo facevano gli intellettuali) che continuano a pontificare sul come si deve fare senza aver mai fatto niente, e ancor peggio, senza essersi mai occuparsi della cultura di base che sta nelle fondamenta di quel fare e che, senza particolari intenzioni, ha prodotto quella qualità che tentiamo di salvare.

Quindi sul piano metodologico la parte vera, quella reale, che deve stare alla base di uno strumento urbanistico operativo è il territorio (compreso tutte le strutture che lo compongono) visto nelle sue fasi evolutive che sono poi la sua storia, mentre la parte estetica, appunto il paesaggio, è una visione esteriore, fatta dopo, dall’esterno, incapace di inficiare concretamente le strutture perché appunto immaginaria, astratta, di tipo intellettuale, una visione lontana dalla realtà.

Infatti il citato Saverio Muratori (vedi relazione generale) grande conoscitore della realtà territoriale e urbana italiana, mai sufficientemente studiato, che ha contribuito, insieme alla sua scuola, a mettere in luce i principali concetti della tipologia processuale, parlava di storia operante del territorio, ma si è ben guardato di parlare di paesaggio perché appunto la riteneva una categoria astratta, ideologica, di tipo estetizzante che fa il paio con l’altrettanta cultura ideologica e astratta dell’ambientalismo, utili solo per allontanare il pensiero critico e scientifico dal centro del problema.

Poi per rendere operativo il piano, già profondamente compromesso dalle ambiguità prima elencate, sono stati inventati i morfotipi, elenchi sterminati di strutture territoriali a varia scala (abachi), che non si capisce come sono state scelte, come dovrebbero diventare oggetto di intervento, chi farà quel tipo d’interventi e come si faranno.

Sul piano metodologico anche gli abachi delle strutture sono materia di pianificazione territoriale quindi è difficile cogliere la relazione che esiste tra queste strutture e i temi esteriori del paesaggio, forse solo una voglia regolatrice passata sotto mentite spoglie.

Poi è giusto sottolineare che gli abachi riportati sono semplicemente elenchi, estrapolazione dal contesto di una casistica ripetitiva di strutture simili, che trascura ogni ragione formativa dei casi riportati, del come sono realmente fatti, ma soprattutto, del perché sono fatti così. (Se tale casistica passasse attraverso un’attenta analisi storico processuale resterebbero solo pochi casi).

Difetto di non poco conto, che illustra bene l’intento esteriore e superficiale della volontà regolatrice, perché per controllare gli effetti delle strutture è necessario conoscerle nella loro sostanza, cioè i tipi, ma soprattutto conoscerle nel loro processo evolutivo (processo tipologico), regola che lega al tempo il passaggio tra un tipo e l’altro, cioè individua le ragione delle varianti diacroniche del tipo, così come delle varianti sincroniche per adattare il tipo alle circostanze particolari dettate dalla condizione locale.

Togliendoli dal processo i tipi diventano casi (casistica –abaco) e il progetto fatto sulla base di questa casistica invece che legarsi alla storia (al processo evolutivo delle strutture nel tempo e nello spazio), si lega all’occasione, diventa a sua volta un caso e perde ogni legame con la realtà territoriale che si vorrebbe controllare e diventa un atto individuale, spurio rispetto ai contenuti del contesto, normale prassi rispetto all’attuale cultura di periferia.

Per non parlare poi degli aspetti pratici, delle limitazioni imposte, anch’esse ambigue, perché sul piano teorico si impongono condizioni rigidissime, ma che saranno inevitabilmente smentite ogni qual volta sarà necessario, per ragioni contingenti, tralineare.

E’ difficile immaginarsi l’invariante dell’aspetto morfologico del territorio toscano associato ai bisogni della ristrutturazione della rete viaria soprattutto autostradale oppure quella ferroviaria, alla messa in sicurezza dei bacini fluviali che con regolarità tracimano e devastano i territori limitrofi, all’esigenza di fare un ponte su un fiume che certamente modificherà l’aspetto esteriore dell’alveo. Oppure si pensa già, che in questi casi, il piano sarà rigidamente applicato, ma forse anche no?

Altrettanto controverso è il tema della riqualificazione delle urbanizzazioni contemporanee, tema propriamente urbanistico e non paesaggistico comunque di grande rilevanza pratica e sociale. Prima di tutto è giusto dire che questa parte delle città, oggi ritenuta critica e responsabile del degrado paesaggistico, è stata legittimata dalle normative urbanistiche pubbliche, dalla gestione pubblica del territorio, da un apparato sterminato di tecnici, da una infinità di progetti, tutti richiesti e approvati dagli enti pubblici, che spaziano dalla pianificazione territoriale fino al progetto per la posa degli sportelli dei contatori del gas. Il che ci porta a pensare che se il rapporto tra qualità/numero di progetti fosse garante dei risultati, dovremmo avere le periferie più belle del mondo, oppure, nel caso contrario, cioè se non lo sono, bisogna ammettere, senza reticenza, che abbiamo commesso qualche errore di impostazione del problema e che la cultura burocratica che sta alla base della pianificazione urbanistica non è sufficiente per garantire la qualità.

Poi, tralasciando i criteri metodologici sulle modalità di intervento che sarebbe troppo complicato analizzarli in questa sede, chi farà questi interventi, chi pagherà, su chi ricadono i costi, saranno chiamati in solido i politici che hanno consentito l’errore, i tecnici che hanno sbagliato i progetti, i funzionari dei comuni e della regione perché non hanno saputo valutare gli esiti di quanto progettato, oppure sarà ancora una volta “Pantalone” che con altri e sempre più improbabili sacrifici dovrà intervenire.
Altri dubbi vengono sull’uso produttivo del territorio agricolo. Il concetto di territorio senza speculazione è assurdo. Il territorio agricolo esiste perché è produttivo e su di esso si specula per definizione.

In questo settore certamente serve una persona di buona volontà che spieghi agli estensori dei piani, ma soprattutto ai politici che ne esprimono l’impostazione culturale e sociale, che il contadino con la gabbanella, il cappello di paglia e il bove non c’è più, è morto e insieme a lui è morta una cultura agricola del passato che non potrà ritornare.

I poderi che sottendevano tale cultura sono diventati le dimore della media e alta borghesia italiana, ma soprattutto di quella straniera che vende “estero su estero” i migliori pezzi presenti sul territorio toscano (casali, castelli, chiese e quant’altro) e abbandona al “gerbido” i terreni rurali produttivi ad essi collegati.

L’agricoltura è fatta per la maggioranza di proprietari di terreni che vivono in città e che, svogliatamente, chiedono a terzisti, che vivono anch’essi in città, di seminare, con trattori enormi, i lori campi con del grano, grano che al raccolto costerà 30 € al quintale e che dovranno bastare per tenere in piedi una economia agricola asfittica e senza futuro.

Oppure seminare tutti gli anni piante oleose che sono utili per alimentare marchingegni, (finanziati dal pubblico), che servono per produrre energie rinnovabili senza la minima di attenzione alle problematiche sulla desertificazione che tale pratica, senza la rotazione colturale, può portare.

Come si può pensare alla tutela della coltura dell’olivo e quindi dei terrazzamenti se poi l’olio toscano extravergine costa dai “contadini” 8-10 € al Kg o peggio ai supermercati 2 - 3 € al Kg e in aggiunta al momento della raccolta delle olive girano elicotteri pubblici col fine di controllare se un amico, in cambio di un bottiglione d’olio, sta aiutando un altro amico a raccogliere le olive che altrimenti resterebbero sull’albero, per poi multarli entrambi per migliaia di euro ciascuno?

Oppure penalizzare per ragioni strumentali la coltura della vite, unico rimasuglio della produzione agricola capace di produrre un po’ di reddito, presupponendo che la stessa sia la colpevole del degrado ambientale che ci circonda solo perche non è più coltivata a “ritto chino” o a “giro poggio” oppure perché sta minacciando la maglia agraria minuta.

Visibilità e caratteri percettivi:

Altro strumento che dovrebbe essere garante della qualità degli interventi è il nuovo metodo sulla valutazione della visibilità dei luoghi, ovvero la valutazione della suscettibilità alle trasformazioni del territorio. In sostanza la Regione ha speso soldi pubblici per dire che chi è in basso vede le cose che stanno in alto, chi è in alto vede le cose che stanno in basso, dimenticandosi peraltro cosa succede a chi sta in piano e vede il piano oppure cosa succede per chi sta sulla mezzacosta, il tutto, ovviamente, al netto degli eventuali ostacoli visivi.
Ma la cosa più paradossale è che per rendere operativi questi principi sono stati disturbati gli algoritmi, (come risaputo famoso metodo usato dai contadini per disegnare il rigoroso panorama rurale della Toscana), il tutto per creare una “carta della intervisibilità ponderata delle reti di fruizione paesaggistica”, per la cui applicazione pratica i tecnici “gestori” probabilmente dovranno fare corsi di formazione professionale presso la NASA. Fate un po’ voi. Sono sincero non ci ho capito un gran che, ma una cosa l’ho capita ed quella che se i fiorentini dell’XI secolo avessero avuto uno strumento simile a quello proposto e teste come la nostra forse avrebbero scientificamente impedito la costruzione del S. Miniato risultato in seguito un capolavoro dell’architettura romanica italiana incastonato nel paesaggio di Firenze visto dal basso.

Le proposte

Si potrebbe continuare, parlare della visione veloce e lenta del paesaggio, o di altri argomenti
costruiti con la stessa filosofia, ma forse non serve e comunque per prassi un’osservazione deve
concludersi con delle proposte.
Le proposte possono essere di vario ordine e grado, su obiettivi specifici o generali, per interesse personale, di casta o di tipo collettivo, in questo caso sono di carattere generale, prive di ritorni strumentali, fatte con un ordine crescente di complessità.

1) In primis, se pur in ritardo, una proposta provocatoria, ma non tanto. In tempi di crisi economica, invece che spendere soldi e capitale umano per fare complicati quanto inutili piani che non porteranno a niente, forse sarebbe meglio utilizzare le stesse risorse per riparare qualche struttura degradata del territorio toscano.
2) In secondo luogo, se non si può fare a meno di fare piani (bisognerebbe capire se è un’esigenza dei cittadini o dei politici) si può, quanto meno, rallentarli, cioè avere una visione “lenta” degli apparati normativi, pensarli meglio, farli concreti, limitando al minimo la burocrazia, fissare veri obiettivi, meno teorici, più raggiungibili. Utilizzare poche regole, ma reali e concrete, (i comandamenti della religione cristiana sono dieci) e salvo alcuni (appunto quelli ideologici) sono del tutto comprensibili e raggiungono immediatamente l’obiettivo prefissato, e non sono, come nell’urbanistica toscana, diecimila, perché in questo caso diventano condizionamenti che disperdono il significato delle cose, allontanano le possibilità di essere efficaci, e alla fine, dopo un lungo e tribolato percorso burocratico non si ottiene nessun risultato apprezzabile
La prossima urbanistica dovrà cercare di togliere dalle leggi quell’apparato ideologico che le inquina, quell’apparato sovrastrutturale e autoreferenziale che le rende inapplicabili e comunque in ogni caso si propone, in modo riduttivo ma utile, che prima di approvare nuove leggi le stesse siano fatte leggere da una maestra della scuola elementare che sicuramente potrà dare un buon contributo per renderle comprensibili anche alle persone normali.

3) Se poi le intenzioni pianificatorie vogliono essere veramente serie e cioè colpire nel segno e non girovagare nei meandri d’ipotetiche teorie personalistiche, è indispensabile fare una “lettura” della realtà con strumenti metodologici adeguati che tentino di capire come sono fatte le cose e perché sono fatte così. Invece di citarlo il Muratori forse sarebbe meglio utilizzarlo, utilizzare la sua sistematica e approfondita capacità di lettura processuale della realtà che è patrimonio della cultura urbanistica italiana, che non si è mai soffermata sul fare inutili casistiche (l’elenco infinito, riportato negli abachi di piano, dei casi simili di tessuto edilizio moderno, o l’elenco dei morfotipi insediativi
che ricadono con forme ellittiche sul territorio toscano), non si è mai soffermata su improbabili teorie assolutistiche della visibilità territoriale la cui ricaduta nel reale è veramente fantasmagorica. E’ realistico legare il progetto alla lettura, alla conoscenza reale e non intellettuale delle cose, il fare alla storia, ma in questo caso è il progetto si deve adeguare al principio della processualità, ai processi di evoluzione delle strutture, ( il concetto di tipo è un concetto processuale e non un elenco della spesa), il progetto deve abbandonare le opinioni singolari, personalistiche dei creativi, e piegarsi “mestamente” al portato della cultura di tutti e in particolar modo a quella cultura di base, dei semplici, cultura che ha fatto diventare importanti gli oggetti realizzati senza progetto.
Se le intenzioni sono serie, è il caso di smettere di fare piani astratti e occuparsi dell’urbanistica vera. I grandi piani sono generici, al massimo sollevano ragioni economiche e non sempre sono
chiare, viceversa il progetto del singolo edificio, senza regole di tessuto, è troppo autonomo, è di
tipo individuale, non è sufficiente a garantire una vera qualità degli aggregati e quindi della città.
Bisogna occuparsi del tessuto edilizio vero (scala non riconosciuta ufficialmente dall’urbanistica attuale), la scala che più inficia le relazioni edilizie, quella che relaziona la strada coi lotti, la strada con gli edifici e le relative pertinenze, le fronti stradali coi retri, ecc.. Decidere una buona volta quali sono le regole che sottendono il costruito, quelle in grado di produrre qualità condivisa che è quella presente nelle nostre strutture storiche e non lasciare alla deprecabile norma sulle distanze tra i fabbricati e tra i fabbricati e le strade l’unica regola per mettere insieme gli edifici, costruire la città.
Oppure dire che in Toscana le case hanno il tetto a spiovente o che hanno facciate con una netta prevalenza dei pieni sui vuoti, (caratteristica basilare del linguaggio edilizio toscano), sarebbe una vera rivoluzione per le periferie che costruiamo, ma significherebbe anche mettere in crisi i “mitici” principi dettati da Le Corbusier e i progettisti dovrebbero rinunciare alle teorie del moderno, il vero tallone di Achille del costruito attuale rispetto alle permanenze del paesaggio storico consolidato.

4) Ma questo vorrebbe dire andare oltre. Cioè fare un progetto che finalmente possa chiarire il
dualismo storicità modernità. Dualismo che piace molto alla cultura ideologica e di sinistra, la possibilità di immaginarsi nuove strutture che parlano di storia, ma anche (ecco il ma anche) di modernità. Questi purtroppo sono concetti in antitesi, sono inevitabilmente oppositivi perché
oppositivi sono i valori che li sostanziano. Se vogliamo una storia operante dobbiamo accettare la
“continuità” della storia, ma per accettare la continuità della storia dobbiamo rinunciare a tutta la
“filosofia” di rottura col passato che sta alla base e dentro i principi della cultura moderna e in particolare di quella architettonica. E’ difficile essere onesti intellettualmente e farsi piacere allo stesso modo e con la stessa intensità Michelangelo e Picasso. Solo i teorici del “ma anche” ci possono riuscire, perché propensi a dimenticare i valori che sostanziano l’uno e l’altro, perché propensi all’ambiguità.
La modernità ha i suoi valori, ma non è portatrice dei valori che stanno alla base del paesaggio storico. Produce, piaccia o non piaccia, un paesaggio nuovo, appunto moderno, diverso da quello
storico, pieno d’insidie per quello storico.
Quindi bisognerebbe proporre un piano che non accetti il doppio, il dualismo, perché far stare insieme valori contrapposti è ambiguo e quindi serve fare ancora una volta una scelta, credere fino in fondo in una o nell’altra soluzione, ma a questo punto il tema si fa complesso, forse non è più la sede adatta, quella più adeguata e si rischia di uscire dall’urbanistica per entrare, forse, nei temi della civiltà.
Col dovuto rispetto, sperando che mi sia sbagliato, porgo i più distinti saluti e un augurio per un’efficace riuscita del nuovo piano.
Enrico Lavagnino

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